Quando un’azienda ci chiede se conviene lasciare VMware, la domanda arriva quasi sempre in questa forma: «quanto mi costa la migrazione?». È la domanda giusta, ma la risposta non sta nel preventivo del progetto. Sta in cinque voci che nel preventivo non compaiono, e in tre che nessuno mette nella colonna dei risparmi.
Una migrazione non la fa solo chi la esegue. Qualcuno interno deve rispondere alle domande, decidere le finestre di fermo, avvisare gli utenti, provare le applicazioni dopo. Sono giornate vere, sottratte al lavoro normale, e si contano prima: due o tre giornate-persona per gruppo di macchine è una stima onesta.
Durante la migrazione il vecchio ambiente resta acceso finché il nuovo non è provato — ed è giusto così, è la vostra via di ritorno. Ma significa che per qualche settimana esistono entrambi: licenze, energia, spazio, backup. Chi promette una migrazione «senza sovrapposizione» sta togliendo la rete di sicurezza, non un costo.
È la voce che sorprende di più. Il software di backup parla con l’hypervisor, non con le macchine virtuali: cambiando strato, le politiche vanno rifatte e, soprattutto, riprovate. Un ripristino non testato dopo una migrazione non è un backup, è una speranza.
Alcuni software di gestione, monitoraggio o antivirus sono licenziati per host o certificati su un hypervisor specifico. Si scoprono a metà progetto, se non si guarda prima. La verifica costa un’ora di lettura dei contratti.
Se l’infrastruttura la amministrate voi, qualcuno deve imparare l’interfaccia nuova: non da zero — i concetti sono gli stessi — ma nelle prime settimane si lavora più lentamente. Se invece l’amministrazione è esterna, questa voce diventa una riga del contratto di assistenza, e va confrontata con quella di oggi.
L’hardware che non comprate. Cambiare hypervisor non richiede server nuovi: quelli recenti si riusano. Se stavate già pensando di rinnovarli, è l’occasione per fare una cosa sola invece di due.
Lo storage. È il punto dove le differenze fra le piattaforme si vedono davvero. Uno storage distribuito sui nodi che già avete, al posto di una SAN da rinnovare, cambia l’ordine di grandezza del conto — in meglio.
La prevedibilità. Vale meno di zero in un foglio di calcolo e moltissimo in una riunione di bilancio: sapere quanto costerà l’infrastruttura fra tre anni, e non scoprirlo al rinnovo.
Su un anno la migrazione perde quasi sempre: c’è il costo del progetto e il risparmio è parziale. Su tre anni il confronto diventa leggibile, perché entrano i rinnovi che avreste pagato comunque. È l’orizzonte su cui ragionano i contratti, ed è quello su cui conviene decidere.
Una cosa che diciamo sempre, e che vale la pena ripetere: a volte la risposta è restare. Se l’infrastruttura è piccola, se il rinnovo resta sostenibile e se usate funzioni difficili da replicare, spostarsi costa più di quanto rende. Lo si sa solo dopo aver contato.
Servono sei dati, e si raccolgono in un pomeriggio: quante macchine virtuali, su quanti server fisici, com’è fatto lo storage, quando scade il contratto attuale, quali applicazioni hanno vincoli di certificazione, e se ci sono postazioni virtuali. Con questi sei numeri il confronto fra restare e migrare si fa in mezza giornata.
Li abbiamo messi in fila, con le altre due verifiche che servono, nella pagina sull’alternativa a VMware. Se volete che li guardiamo insieme, la valutazione è gratuita e finisce con un numero, non con un’offerta.
SecurData Sagl — Stabio, Ticino. Sicurezza informatica, protezione dei dati e software gestionale per le aziende svizzere.